GA4 si è preso una brutta fama, in parte meritata per l’interfaccia, in parte no. Dopo tre anni a usarlo sui progetti di clienti veri, ho notato che gli errori più costosi non sono tecnici. Sono di impostazione. Eccone cinque.
1. Misurare tutto, decidere niente
Il primo istinto con GA4 è tracciare ogni evento possibile. Poi ci si ritrova con duecento eventi e nessuna risposta. Un dato che non cambia una decisione è arredamento. Prima la domanda (“questo cambio di layout ha aiutato o no?”), poi la misura. Non il contrario.
2. Fidarsi delle conversioni senza guardarne la definizione
“Le conversioni sono calate” è una frase che vale zero finché non sai cosa conta come conversione. Spesso è un evento definito male: un click su un pulsante che non porta a nulla, un form che spara l’evento anche in caso di errore. Prima di allarmarti, apri la definizione.
3. Ignorare il consenso e poi stupirsi dei buchi
Con Consent Mode e il rifiuto di molti utenti, GA4 stima e modella parte dei dati. Chi non lo sa legge i numeri come assoluti e prende cantonate. I dati sono direzionali, non catastali. Sapere com’è configurato il consenso è metà dell’interpretazione.
4. Confrontare GA4 e Universal come se fossero gemelli
Modello di dati diverso, definizione di sessione diversa, attribuzione diversa. Confrontare i numeri di GA4 2024 con quelli di Universal 2022 e trarne trend è un errore di metodo. Sono due strumenti, non due versioni dello stesso righello.
5. Fare report che nessuno usa
Il report più bello è quello che qualcuno legge e usa per decidere. Molti dashboard esistono per rassicurare, non per informare. L’AI qui aiuta, ma non come pensano: non serve a scrivere più slide, serve a farsi domande migliori sui dati. Un buon report finisce con “quindi facciamo X”, non con un grafico in più.
La verità scomoda
GA4 non è difficile: è onesto. Mostra quanto poco sapevamo prima, quando Universal ci raccontava sessioni gonfiate e attribuzioni comode. Fastidioso? Sì. Ma un dato scomodo e vero vale più di uno comodo e falso.
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